Il 19 dicembre 2014  la nostra scuola ha ricevuto in dono il polittico “L’arca dei quattro cantoni” e le due tele “Nascita di J.N. Desaparecido” “Morte di J.N Desaparecido” del pittore Francesco Manzini: opere di forte intensità e di grande importanza, non solo per il loro valore artistico, ma soprattutto per il forte impegno sociale che c’è dietro di esse. Proprio per questo non abbiamo perso l’occasione di parlare con l’artista chietino, che ce le ha regalate con tanto amore.
Dopo averlo ringraziato di aver onorato così la nostra scuola, dove anch’egli ha studiato, gli abbiamo chiesto quale fosse per lui lo scopo, perché questo dono?
“Alla fine della mia vita vorrei essere stato preceduto dalla mia opera, proprio qui, dove sono nato.”
Quali sono i valori che con questa opera vuole passare a noi studenti e alla sua città?
“Primo quello culturale, se possibile. Perché con la cultura, che è un’arma a scoppio ritardato, si può ottenere tutto! Non è vero tutto il resto, non è il denaro, è la cultura che alla fine paga…molto alla fine, ma paga! Ed è questa la mia speranza.”
La sua arte è arrivata in tutta Italia e anche all’estero, cosa di questa scuola lo ha portato
a guardare così in alto?
“Il grande lavoro fatto ai miei tempi, l’abitudine a lavorare molto, la forza di professori che non accettavano né scuse né chiacchiere. Mi hanno fatto nero e mi hanno fatto capire cosa sia l’impegno, che comincia dalla scuola e poi seguita nella vita! Per me questa è ancora aria di casa, perché io qui ho imparato a vivere. E questo è importantissimo: qui mi hanno dato delle basi, delle radici che forse non avrei avuto da nessun’altra parte.
Mi hanno insegnato che nessuno ti dà niente per niente, ti devi guadagnare tutto.”
Le due grandi tele toccano temi come l’emigrazione e l’emarginazione, molto attuali nel panorama italiano e non solo.
“Certo, infatti sono anni che tengo tanto a questi temi, soprattutto a quello dell’emarginazione. Si può essere emarginati anche stando fermi sul posto: mi riempie di malinconia tutto ciò e anche di cattiveria a volte, perché non è giusto. E non è giusto che oggi noi, che siamo andati sparsi per il mondo, trattiamo male, con nazionalismi assurdi, gente che qui viene a guadagnarsi il pane. Sono vecchio, ma non fino al punto di non capirlo!”
Infatti il suo ritratto dell’uomo del XXI secolo è molto pessimistico. Cosa le fa guardare con occhio così critico la modernità?
“Più che la modernità, l’imbecillità di uomini che vogliono sostituire l’intelligenza con strumenti tecnologici! Non si può premere un bottone e aspettarsi la soluzione di un problema! Va bene premerlo, ma se mi aiuta a risolverlo: la tecnologia deve essere strumentale, non fine a se stessa. Fare un dialogo muto con il telefonino: questa è follia! Aprite un libro, leggete un giornale! Parlate col vicino, fate la corte a una bella ragazza! Io accetto la tecnologia, perché è il progresso e noi abbiamo bisogno di progresso, in tutti i campi; ma che non sia fine a se stessa, che non sia il ricorso a tecniche che sostituiscono il pensiero umano.
”Cosa bisogna accompagnare al progresso secondo lei?”
“La cultura, il progresso e l’impegno sociale. Bisogna condividere le gioie della cultura con le persone che nella vita sono state meno fortunate di noi. Perché la cultura è un piacere: non vedo gioia più grande che nell’ascoltare un concerto o nel leggere un bel libro.”
“Qual è quindi il messaggio che il suo polittico vuole dare?”
“I quattro cantoni sono un’analisi spietata della situazione attuale. Alla fine dei movimenti appare la tigre: ebbene il messaggio è che comunque dobbiamo cavalcare la tigre. Siamo costretti a farlo. Ma non più noi uomini: è una donna a cavalcarla. Questo è il mio messaggio di speranza, che il mondo vada avanti con le donne, che finalmente possono utilizzare quelle loro risorse incommensurabilmente necessarie, dopo secoli, secoli e secoli di noioso dominio dell’uomo. Per me la speranza è la donna.”
(Articolo tratto da ANEMO∑ METABOΛH∑, giornalino della scuola, scritto dall’alunna Serena Sablone).